La catacomba Ad Decimum

 

 

Introduzione

Leggi sulla sepoltura nel mondo romano

Storia delle catacombe

La catacomba Ad Decimum

Epigrafi e pitture

Orario visite

 

 

Introduzione


bollo.gif Non è necessario essere archeologi. Non è necessario essere esperti di archeologia e riuscire così a ricostruire la storia delle antiche civiltà attraverso gli scavi, lo studio dei monumenti, degli oggetti, delle iscrizioni. L’importante è riscoprire la passione per la Storia, dimostrarsi curiosi, intrufolarsi di nascosto, farsi esploratori e riscoprire un’antica civiltà, riportala alla luce: trovare una storia e saperla raccontare.

L’archeologia è anche questo; curiosità, interesse per la quotidianità, il particolare, le abitudini, la cultura e le tradizioni di popoli antichi, con il loro modo di vivere e il loro modo di morire.
   

Quella che vogliamo raccontare è una storia e insieme Storia stessa, è il racconto di Roma, dell’Impero, del suo popolo, della sua cultura, della sua religione ufficiale e del Cristianesimo.

In particolare è la storia di un villaggio di campagna e di una piccola comunità di persone che sotto l’egida dell’impero condusse una vita tranquilla e riservata, immersa nella splendida cornice dei Colli Albani: è la Grottaferrata di 20 secoli fa.

Ci troviamo al decimo miglio (in latino ad decimum) dell’antica Via Latina e cioè a circa 15 km da Porta Capena, ingresso principale della cinta muraria più antica di Roma: le Mura Serviane. Oggi equivale al 6° km, partendo dal Grande Raccordo Anulare, della Via Anagnina, nome che la via prese nel Quattrocento, si pensa perché servisse al Papa per raggiungere Anagni. In corrispondenza del decimo miglio vi era un importante incrocio di vie: la Via Latina s’incontrava con la Via Valeria (odierna Via della Cavona), una via di transumanza delle greggi, che dalle montagne si dirigeva verso il litorale sino al mare. All’incrocio di queste due importanti strade sorgeva una stazio, una stazione postale; qui si svolgevano le funzioni utili al passaggio della corrispondenza imperiale. La posta viaggiava su veri e propri pony express, messaggeri a cavallo che percorrendo il più velocemente possibile la distanza da una stazione all’altra, si “passavano” i sacchi della posta, che così viaggiava in maniera sorprendentemente veloce per quei tempi. A metà tra storia e leggenda si dice che è anche grazie all’efficientissimo sistema postale che l’impero romano, vincesse tutte le guerre. Nella stazio si rifocillavano i cavalieri, si cambiavano i cavalli, ed intorno a queste attività si sviluppò il villaggio degli abitanti del Decimo Miglio. La comunità si occupava di agricoltura, di pastorizia, di viticoltura od era impiegata come personale nelle ville dei dintorni.

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Leggi sulla sepoltura nel mondo romano


A Roma come in tutte le altre città dell’impero le sepolture sorgevano lungo le vie che uscivano dai centri abitati, questo perché le leggi romane prevedevano che i morti, per motivi sia igienici che religiosi, fossero seppelliti fuori dalla cinta muraria. Il problema religioso era evidenziato da una delle leggi delle XII tavole che imponeva così: hominem mortum in urbe ne sepelito neve urito, il defunto non poteva essere né sepolto né incinerato all’interno della città. Questa era la legge. Ogni tipo di sepoltura sarebbe stata sacrilega poiché la città era consacrata agli déi solari protettori dei vivi, i morti erano consacrati agli déi inferi, il conflitto religioso risultava pertanto insanabile. La compresenza di vivi e morti inoltre avrebbe causato notevoli problemi igienici all’interno della città, data la ristrettezza degli spazi. Le singole sepolture o i complessi funerari sorgevano perciò nelle aree limitrofe al centro abitato, lungo le arterie stradali che da lì si dipartivano.

Un'altra norma del diritto romano prescriveva che chiunque aveva diritto ad una sepoltura, indipendentemente dalla sua condizione: una tomba dignitosa e consona alla religione praticata era considerata diritto intangibile dell’individuo, non solo del cittadino libero, ma anche del liberto o dello schiavo. Inoltre la tomba doveva essere rispettata come “luogo sacro” ed eventuali violazioni del sepolcro erano da ritenersi, di conseguenza, dei sacrilegi.

Non esistendo strutture sepolcrali pubbliche bisognava essere seppelliti su un terreno privato di proprietà con immaginabili difficoltà per le classi sociali meno abbienti che spesso si trovavano impossibilitate ad acquistare un lotto di terra per la propria tomba.

Questa era la situazione per le leggi sulla sepoltura nel mondo romano, i pagani non trovarono ostacoli all’applicazione di queste regole, la maggior parte delle necropoli pagane era costituita da colombari, cellette in cui veniva riposta l’urna di terracotta contenente le ceneri del defunto. I pagani incineravano, questo “riduceva” il problema degli spazi. Al contrario, per la comunità cristiana delle origini non fu semplice; i cristiani non potevano essere incinerati, il defunto “riposava” in attesa della resurrezione, non solo dell’anima ma anche del corpo e questo creava non pochi problemi di spazio. Inoltre tra i primi cristiani c’erano molti poveri, che avevano bisogno di una struttura che garantisse loro una degna sepoltura.

Furono così i cristiani, a cui era vietata la cremazione, ad usare per primi, allargandole e ampliandole, le cave di pozzolana o di tufo per inumare i loro defunti. Anche se l’uso di seppellire in ambienti sotterranei era noto già agli etruschi e ai romani, fu con il cristianesimo che nacquero i primi sepolcreti ipogei, complessi ed articolati, capaci di accogliere i defunti appartenenti ad un’intera comunità e non quelli di un singolo nucleo familiare come era accaduto fino a quel momento. I complessi cimiteriali cristiani presentavano due tipologie strutturali che spesso coesistevano: il cimitero “sub divo”, cioè in superficie, e il cimitero sotterraneo o “catacomba”.

Il termine antico per designare questi monumenti è coemeterium, che deriva dal greco e significa “dormitorio”, senso che ben si sposa con il significato tutto cristiano di sepoltura, come momento provvisorio in attesa della resurrezione finale. Questo spiega anche perché i cristiani chiamassero il giorno della morte “dies natalis”, giorno della nascita alla vera vita, l’unica possibile, quella con Dio.

La ragione per cui le comunità cristiane iniziarono a scavare i loro sepolcreti nel sottosuolo è da ricercarsi in motivazioni di ordine essenzialmente economico; infatti gli spazi a loro disposizione in superficie finivano velocemente e l’acquisto di nuove aree da adibire a cimitero sarebbe stata una soluzione troppo costosa. Per queste ragioni si pensò di sfruttare in maniera intensiva e razionale il sottosuolo dei fondi già posseduti, dando vita a quell’intricato groviglio di gallerie sotterranee, spesso articolate su più livelli sovrapposti, che siamo soliti chiamare catacombe.

Ma da dove deriva e come è nato il termine catacomba? La parola “catacomba” deriva dall’espressione “ad catacumbas” (= “presso la cavità”) che dava il nome alla zona situata lungo la Via Appia, per la precisione tra la basilica di San Sebastiano ed il circo di Massenzio. Quest’area era caratterizzata da un avvallamento del suolo, dovuto all'estrazione della pozzolana, qui nel III secolo d.C., venne realizzato il cimitero sotterraneo di San Sebastiano, conosciuto poi proprio con il nome di Catacumbas. Con la riscoperta di altri sepolcreti ipogei con le medesime caratteristiche, a partire dal 1500, la denominazione data al cimitero di San Sebastiano venne assegnata a tutti i cimiteri sotterranei cristiani.

Sopravvive alla memoria un errore storico, tramandato nel corso degli anni: che le catacombe fossero un rifugio per i cristiani dalle persecuzioni pagane. Oltre ad essere una visione estremamente riduttiva del valore storico - culturale di questi monumenti, è del tutto falsa. L’ingresso della catacomba Ad Decimum si trovava lungo la Via Latina e nella stessa posizione si trovavano le catacombe sulle altre vie consolari, non potevano essere certamente segrete. La prova decisiva si trova poi nel fatto che se le catacombe fossero state dei rifugi in tempo di persecuzione, sarebbero divenute inutili dopo il cosiddetto “Editto di Costantino” (313) e di conseguenza abbandonate: dopo questa data aumentarono invece di numero e di estensione.

Nell’antica Roma un reato molto grave era il crimen empietatis, rifiutare il culto degli dei e degli imperatori deificati. I cristiani non potevano essere incarcerati per la religione che professavano, non costituiva una colpa reale, ma furono accusati di non rendere il culto dovuto alle divinità ufficiali, motivo sufficiente per essere perseguitati.

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Storia delle catacombe


Riassumendo e proseguendo nella narrazione, nel I secolo d.C. cristiani e pagani venivano seppelliti insieme, senza sostanziali distinzioni. Dal II secolo i cimiteri cristiani cominciarono ad acquisire una loro autonomia, inizialmente erano sub divo, in superficie, poi con il diffondersi del cristianesimo e l’aumentare dei fedeli (adepti) sorsero dei problemi di spazio e di sistemazione, da qui l’idea delle catacombe come cimiteri sotterranei comunitari. Dal III al V secolo si assistette quindi alla nascita e allo sviluppo di tutte le catacombe romane. Nel V secolo, per la storia delle catacombe, avviene una cesura: decade il divieto di seppellire all’interno della cinta muraria della città. In seguito alle invasioni barbariche la popolazione si era drasticamente ridotta, quindi la motivazione igienica non sussisteva più, inoltre crolla la motivazione religiosa: Roma ormai è completamente cristiana, svanisce il problema del sacrilegio agli occhi degli déi pagani. Le catacombe perdono la loro funzione, non si seppellisce più al loro interno e nascono così i primi cimiteri urbani, nei pressi delle parrocchie cittadine. Le catacombe vengono abbandonate nella maggior parte dei casi, ad eccezione di quelle che avevano al loro interno una santa sepoltura: il martire trasforma la catacomba in santuario. Fino all’VIII secolo le catacombe-santuario ebbero una loro storia, fatta di pellegrinaggi, di fedeli in adorazione e doni votivi. Purtroppo le campagne romane erano territori sempre più pericolosi, i costi per mantenere aperti questi luoghi di culto subirono sempre maggiori incrementi. L’invasione dei Goti nel VI secolo e dei Longobardi nell’VIII secolo danneggiarono gravemente le catacombe e costrinsero i papi a trasferire i corpi dei martiri e dei santi nelle chiese della città per ragioni di sicurezza. Nel IX secolo avviene così un’ulteriore censura: le traslazioni. Il trasferimento, per ordine dei papi, dei “corpi santi” dalle catacombe all’interno delle città e la loro sistemazione sotto i pavimenti delle chiese urbane. Dal IX al XVI secolo è l’abbandono definitivo delle catacombe, salvo alcune eccezioni: le frane occludono gli ingressi, limo e detriti stratificano all’interno dei vani sotterranei, la vegetazione ricopre tutto; di questi monumenti se ne perde completamente il ricordo. Il “periodo dell’abbandono” durò ben sette secoli fino a quando nel 1578 venne riscoperta casualmente la catacomba anonima della Via Anapo, sulla Salaria. Grazie a questo ritrovamento rinacque l’interesse per i cimiteri sotterranei cristiani.

L’enorme opera di riscoperta, di rivalutazione e di valorizzazione di questi monumenti fu veicolata in massima parte dal grande archeologo maltese Antonio Bosio (1575-1629), archeologo moderno che riuscì a compiere un’indagine non solo letteraria ma anche topografica dei monumenti. La sua opera, Roma Sotterranea, è un’accurata descrizione di tutte le catacombe fino ad allora ritrovate, purtroppo i suoi successori non si interessarono al valore storico delle catacombe ma solo alle sante reliquie in esse contenute. Il problema fu che, come ben sappiamo, i martiri erano stati tutti traslati e di queste traslazioni se n’era perso il ricordo; ignorando l’assenza dei corpi i cosiddetti “pii devastatori” distrussero numerose tombe in cerca di un martire da venerare. L’opera di distruzione fu completata da veri e propri “impostori” che distrussero le sepolture, trafugarono le ossa di defunti comuni e facendosele pagare a peso d’oro, le rivendettero alle Chiese cristiane d’Europa come reliquie di grandi martiri. Così in due secoli di storia (1650 – 1850) le catacombe divennero cimiteri vuoti, se ne sminuì la loro importanza religiosa ed archeologica e gran parte delle iscrizioni tombali andarono perdute. Da questo triste destino si salvarono le poche catacombe scoperte dopo la metà del 1800, fu solo nel XIX secolo che l’istituzione della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e il lavoro di Giovanni Battista De Rossi, considerato il padre e fondatore dell’Archeologia cristiana, portò ad uno studio scientifico e sistematico dei cimiteri cristiani. L’archeologo si fece promotore di un profondo rispetto per i cimiteri sotterranei, nei loro molteplici aspetti, non considerando le catacombe solo come luoghi di antichi santuari e di venerabili martiri ma come i contenitori di un eccezionale patrimonio storico-archeologico, patrimonio fatto di iscrizioni, pitture, forme architettoniche e quant’altro fosse utile alla ricostruzione della storia, soprattutto la storia del quotidiano e degli aspetti più intimi, di quelle primitive comunità di credenti in Cristo risorto.

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La catacomba Ad Decimum


galleria.gif La catacomba Ad Decimum non serviva ai cristiani di Roma perché troppo distante, era il cimitero del piccolo villaggio del Decimo Miglio; giustifichiamo così le non più di 1000 tombe che dal III al V secolo riempirono le sue gallerie. Semplice nell’articolazione e limitata nel suo sviluppo, circa 225 metri, non può certo essere paragonata alle grandi catacombe romane (con i 20 km di quella di S. Callisto alle porte di Roma) anche se gode di un vanto su tutte le altre, perché giunta fino a noi pressoché intatta. Il suo eccezionale stato di conservazione è quasi totale, le sepolture risultano ancora perfettamente sigillate per più del 90%. Abbandonata molto presto, probabilmente già a partire dalla fine del V – VI secolo perché priva di corpo di martire, per 1500 anni rimase dimenticata, anche perché non menzionata in alcun documento. Solo per caso nel 1905 durante il dissodamento della vigna soprastante se ne riscoprì l’entrata, completamente ostruita dal fango e dalla melma che depositandosi nel corso del tempo l’avevano riempita nuovamente. Convinti di trovare “il tesoro” i proprietari del vigneto cominciarono a “ri-scavarla”, ad aprire le tombe che stavano ai lati della scala, provocando una parziale rovina delle pareti. Purtroppo proprio ai piedi della scala stavano le tombe più ricche, subito aperte a colpi di piccone. Non trovando nulla e per rifarsi in parte della delusione, i proprietari si vendettero i marmi che non avevano distrutto, proseguirono poi avanti e ai lati ma senza alcun successo e così, fortunatamente, smisero di scavare. L’opera di devastazione durò circa sette anni, fino a quando i monaci dell'Abbazia di Grottaferrata si interessarono all’acquisto del terreno, dopodiché si procedette allo scavo archeologico. La prima campagna si svolse fra l'autunno del 1912 e la primavera dell'anno seguente e terminò con una festa resa più solenne dalla coincidenza del 160° centenario del cosiddetto “Editto di Costantino”. Direttore dello scavo fu  Padre Sisto Scaglia, cistercense. Una seconda campagna di scavo fu condotta dal 1916 al 1919, diretta, anche se non sembra per tutto il periodo, dall'archeologo Iosi e ci presero parte specialmente prigionieri di guerra austriaci, che preferirono questo lavoro al campo di prigionia.

La catacomba si articola in cinque gallerie: una centrale, in linea con la scala, due che si diramano a sinistra, una che si diparte sulla destra ed è tagliata perpendicolarmente dalla quinta. Il totale delle gallerie, compresi undici diverticoli e sub-diverticoli, misura in complesso circa 225 metri. La scala, che ovviamente precedette lo scavo di tutto il resto, scende dritta con 31 gradini piuttosto alti, alla profondità di circa 9 metri ed è preceduta da 7 gradini moderni in mattoni, che la raccordano all'esterno; è coperta da una volta di cementizio di cui manca la prima parte, quella che, emergendo dal terreno, serviva da ingresso. Ai piedi della scala lo spazio si apre in alto con un lucernario, che in realtà è la parte superiore di un pozzo preesistente al cimitero. I cristiani scavarono la scala diretti a questo pozzo, tagliandone la canna cilindrica e chiudendola in basso con una lastra lapidea. Poi scavarono a destra una cisternetta comunicante col pozzo, per attingere l'acqua che serviva ad impastare la malta necessaria a chiudere ermeticamente le tombe e per le cerimonie funebri accompagnate da pasti, antica usanza pagana che la Chiesa non aveva creduto opportuno estirpare ma aveva cristianizzato con preghiere e con l'invito dei poveri a partecipare a tali banchetti funebri.
   
   

Tutte le catacombe sono scavate in banchi tufacei. Si scavava ad una determinata profondità proprio per trovare il tufo migliore: friabile allo scavo ma estremamente resistente nel tempo.

Lo scavo delle gallerie sotterranee era lungo e faticoso, di questo impegnativo lavoro si occupava una corporazione di operai appartenenti a pieno titolo alla comunità dei fedeli, i cosiddetti fossores (fossori) che si preoccupavano abitualmente anche della manutenzione. Potevano svolgere anche mansioni particolari: cavatores (coloro che scavavano le gallerie), pictores (coloro che si occupavano delle decorazioni pittoriche) e i lapicidi (coloro che incidevano le epigrafi).

galleria.gifI loculi, la forma più semplice di sepoltura, erano sistemati in verticale lungo le gallerie, mentre i cubicoli, ambienti di forma più articolata, erano stanze ricavate per un ristretto numero di persone, come tombe di famiglia.
Nella sistemazione delle sepolture si tendeva ad ottimizzare gli spazi, sfruttando sia gli angoli che le più piccole aperture, la motivazione era assolutamente pratica: scavare una nuova galleria era lavoro lungo e faticoso. Esistevano diversi tipi di sepoltura. Il “locus” era una cavità rettangolare con il lato lungo rivolto verso la galleria, la “tomba a forno” aveva il lato più corto rivolto verso l’esterno, il “solium” era una tomba monumentale solitamente a due posti, scavata nel tufo,  a volte decorata e sormontata da un vano rettangolare ("tomba a mensa") o da un arco ("arcosolium"). In un cubicolo della catacomba Ad Decimum è possibile ammirare un raro esempio di “tomba a baldacchino”, imitazione dei tipici letti con colonnine e copertura. Infine esistono le sepolture pavimentali dette “a forma”.

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Epigrafi e pitture


lap.gif La galleria più antica della catacomba Ad Decimum è datata alla seconda metà del III secolo ed è quella che ha subito l’opera di devastazione ed infatti dall’apertura delle sepolture è possibile studiare la conformazione interna dei loculi. Realizzati di forma anatomica, più larghi dalla parte delle spalle più stretti dalla parte dei piedi, si ritiene preparassero la tomba anche molto tempo prima il decesso. La salma veniva avvolta in fasce ed adagiata direttamente nel loculo senza alcun tipo di cassa; i sepolcri potevano contenere un diverso numero di salme ed in base a questo prendevano nomi differenti: monosoma, bisoma, trisoma. Ogni sepolcro veniva chiuso con materiale prevalentemente di recupero come tegole e pezzi di marmo, sopra cui a volte veniva inciso l’epitaffio. Dato l’eccezionale stato di conservazione di cui gode la catacomba Ad Decimum, risulta estremamente suggestiva la visita per le oltre 50 iscrizioni rimaste perfettamente intatte e al loro posto.
   
Il contenuto sociale e religioso degli epitaffi cristiani risulta utilissimo alla comprensione degli aspetti intimi della vita quotidiana e del mondo funerario. L’epigrafia delle origini è caratterizzata da formulari semplici e brevi: il nome del defunto associato all’augurio di riposare in pace. In alcuni casi sono presenti immagini simboliche che richiamano la figura del Cristo: il pesce, l’ancora e la colomba. Al tempo della pacificazione religiosa e delle conversioni di massa il formulario epigrafico si arricchisce con i dati retrospettivi e la durata della vita del defunto, con l’indicazione della data della deposizione (per i cristiani il dies natalis ovvero il giorno dell’ascesa a nuova vita), i meriti acquisiti in vita rispetto ai ruoli svolti ed aggettivi come benemerenti, carissimus, dulcis. Sulle epigrafi fa la sua comparsa il simbolo per eccellenza del cristianesimo, il segno di appartenenza cristiana più forte: il monogramma cristologico.

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Nel panorama delle iscrizioni funerarie gli effetti più affascinanti sono stati quelli prodotti dall’incontro tra epigrafia e iconografia: le rappresentazioni incise vanno ad integrare ed esaltare il contenuto del testo scritto. Un magnifico esempio di questo connubio può essere apprezzato in una lapide della catacomba Ad Decimum dove assieme al testo che recita “Marciano benemerenti Hilarus fratri carissimo in pace” (Ilaro ha fatto questa sepoltura al suo benemerito fratello Marciano carissimo che riposa in pace) furono incise tre rappresentazioni: due colombe sopra un vaso incorniciate da ramoscelli di edera, una colomba che becca un grappolo d’uva e buon pastore con un agnellino sulle spalle con accanto una coppia di pecore ed alberi. L’insieme di queste immagini rimanda ad un messaggio augurale di salvezza e beatitudine dell’anima dopo la morte.

La pittura in catacomba non è mai celebrativa, si tratta invece di forme artistiche dotate di un forte simbolismo, che veicolano messaggi religiosi ed insegnamenti etico-morali. Soggetti di queste rappresentazioni pittoriche sono soprattutto fatti e persone dell’Antico e Nuovo Testamento, conosciuti dai cristiani attraverso la catechesi ed adatti a divenire simboli della salvezza, della pace, della potenza del Cristo, della beatitudine dell’anima e così via.

Nella catacomba Ad Decimum le rappresentazioni pittoriche più significative interessano la zona dei cubicoli, decorati riccamente, dovevano appartenere a defunti particolarmente onorati e rispettati all’interno della comunità. Abbiamo un collegio apostolico con il Cristo in posizione centrale affiancato da tre apostoli per lato: sei in tutto e non dodici per evidenti ragioni di spazio. Un’orante raffigurata con le fattezze di un’adolescente, con le braccia allargate e le palme rivolte verso l’alto: rappresentazione simbolica dell’anima che, raggiunta la beatitudine celeste, colloquia col Signore. E poi Daniele nella fossa dei leoni, simbolo della salvezza, il Buon Pastore, simbolo del Cristo che salva l’anima, fino ad arrivare all’immagine più caratteristica quella della “traditio legis” in cui è ancora perfettamente visibile la figura del Signore che porge, con la mano sinistra all’apostolo Pietro, un rotolo in parte svolto, su cui si legge “Dominus lege dat ” (il Signore proclama la legge). Le pitture dei cubicoli possono essere datate alla seconda metà del secolo IV d.C. agli inizi del V e sono eseguite probabilmente non con la tecnica dell’affresco ma con una tempera (colori naturali uniti ad un collante) stesa sull’intonaco ormai asciutto.

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Orario visite


La catacomba Ad Decimum, posta sotto la tutela della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, è aperta tutte le domeniche non coincidenti con festività civili o religiose, con il seguente orario:

 

Ottobre – Marzo: Mattina 10.00/ 12.30; Pomeriggio 15.00/ 17.00.

Aprile – Settembre: Mattina 10.00/ 12.30; Pomeriggio 16.00/ 18.30.

 

Il costo del biglietto d’ingresso comprensivo di visita guidata è di Euro 5,00 (intero) ed Euro 3,00 (ridotto).

 

Per la prenotazione di visite infrasettimanali per gruppi o scuole è possibile contattare

il Gruppo Archeologico Latino - Colli Albani “Bruno Martellotta” al seguente recapito:

Tel. +39.348.4066708

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