L'Abbazia di S. Maria di Grottaferrata
Comunemente conosciuta come Abbazia di S. Nilo
 
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La Basilica

abbazia4.gifIl santuario, che sorge su un’area di circa 30 metri per 16, orientato da ponente a levante secondo le norme della Liturgia bizantina, ha subito nei secoli varie modifiche strutturali. L’esterno è stato restaurato nel 1910 e riportato alla primitiva bellezza: è in stile romanico mentre la muratura è in blocchetti di pietra squadrata, inframmezzata da linee trasversali più scure. Le cornici e i fregi sono in laterizi, a dente di sega. Una serie di archetti penduli, sostenuti da lesene e blocchetti di marmo, decora tutte le pareti esterne; fra essi, varie finestre chiuse da lastre di marmo traforate facevano filtrare all’interno una luce mistica. Nella parte superiore della facciata una serie di archetti gotici resta a ricordare le modifiche subite, mentre al centro si nota un bel rosone di marmo.

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La chiesa e il campanile romanico
   
chiesa.gif Alla destra si erge solenne il campanile romanico, a sei ordini di trifore a colonnine, con piastrelle policrome in ceramica. 
Davanti alla chiesa fu eretta in epoca posteriore una fontana liturgica, a forma di tempietto gotico. Qui il 6 gennaio si svolge il rito solenne della benedizione delle acque, in ricordo del battesimo di Cristo nel fiume Giordano.

Si entra nella Basilica attraverso un pronao (atrio), con quattro colonne di sostegno agli architravi. Da qui si passa al Nartèce (vestibolo) destinato ai catecumeni, ai riti dell’Iniziazione cristiana e altre celebrazioni. A sinistra si trova il fonte battesimale in marmo, opera del secolo XI, con figure simboliche in bassorilievo: l’uomo che si spoglia delle sue vesti, cioè del peccato, si immerge nell’acqua del battesimo e viene ripescato trasformato in pesce, figura simbolica di Cristo.

Dal Nartèce si accede alla navata centrale della Chiesa attraverso uno splendido portale in marmo, dagli stipiti finemente lavorati e dai battenti in cedro scolpito. Sull’architrave sono incisi i versi di S. Teodoro Studita: Voi che state per entrare nella casa di Dio, lasciate fuori la preoccupazione dei pensieri terreni. Al disopra è possibile ammirare un mosaico dell' XI secolo raffigurante il Cristo tra la Vergine e San Giovanni Battista e, in basso più piccolo, il fondatore della Chiesa, San Bartolomeo.

Il santuario presenta un sensibile mutamento di stile. Nel 1754 il Cardinale Giannantonio Guadagni ordinò degli interventi che trasformarono completamente la Chiesa, coprendo di stucchi barocchi le pareti affrescate e le colonne di marmo. Dell’antica struttura resta ancora il mosaico dell’arco trionfale (raffigurante i dodici apostoni nella Pentecoste, opera italo-bizantina della fine del secolo XII) e il pavimento. E' possibile comunque notare avanzi di affreschi del XII-XIII secolo (buona parte sono conservati nel museo).

Il pavimento policromo è l’unico avanzo di un insieme di opere cosmatesche del secolo XIII, comprendente l’altare, il baldacchino, il coro, l’ambone, tutte demolite e disperse (qualcosa si conserva nel museo). Alcune finestrelle, aperte recentemente nei pilastri, fanno vedere il marmo scannellato delle antiche colonne.

Nel 1577 il cardinale Alessandro Farnese fece costruire l’attuale soffitto a cassettoni, demolendo l’antico a capriate. Nel 1665 il cardinale Francesco Barberini affidò al Bernini la costruzione dell’altare maggiore, ricco di marmi pregiati e di sculture, con due grandi angeli in adorazione davanti all’icona della Madre di Dio. Il disegno del Bernini fu eseguito dal suo discepolo Antonio Giorgetti. Inizialmente l’altare era di forma latina, rettangolare; poi, secondo le esigenze del rito bizantino, fu ricostruito l’antico altare quadrato, posto dietro la grandiosa costruzione berniniana, che prese così l’aspetto di iconostasi orientale. Quest'ultima indica la nostra infinita distanza dal mistero di Dio e insieme la bontà di Dio che, con la Liturgia annulla la distanza e, attraverso la porta santa, si comunica a noi. Dall’alto dell’iconostasi e da molti altri punti della Chiesa, ci guardano ascetiche figure di Santi, nelle loro icone dorate. Essi sono i mediatori tra Dio, sull’altare, e noi, al di qua; ci ricordano il loro esempio e la via dell’eternità. Attraverso le tre porte che si aprono solo durante le Sante Liturgie, si vede l’altare sormontato da un baldacchino da cui pende una colomba d’argento per la custodia dell’Eucaristia.

Sul fondo della navata sinistra si trova la lapide sepolcrale con lo stemma gentilizio del papa Benedetto IX dei Conti di Tuscolo. Questi, dopo una vita tumultuosa dietro paterno consiglio di San Bartolomeo, abdicò e si ritirò in questo monastero, dove morì piamente nel 1056 e fu sepolto nel santuario. Sul fondo della navata di destra a partire dall’ingresso della basilica, si accede alla Cryptaferrata e, successivamente, alla Cappella Farnesiana, dedicata ai Santi Fondatori.

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Il rito Bizantino Greco  

icona003-sx.gif San Nilo e i suoi monaci portarono a Grottaferrata il rito bizantino-greco, nella sua variante italica, che tuttora si conserva.

Nonostante la separazione del secolo XI tra Chiesa di Roma e Chiesa Ortodossa la comunità greca di Grottaferrata restò sempre in comunione con la Chiesa di Roma, pur conservando gelosamente il rito e le tradizioni orientali. Perciò qualsiasi fedele cattolico può partecipare alle celebrazioni che si svolgono qui come nelle Chiese ortodosse e partecipare ai sacramenti.

Il Battesimo viene conferito con l’immersione del bambino nel fonte; subito dopo lo si unge con il Santo Crisma. La Comunione è sempre con il pane e il vino consacrati; le nozze sono molto fastose e gli sposi vengono incoronati. Lo splendore delle vesti liturgiche orientali rende più suggestivi questi riti. La forma della Chiesa ricorda le chiese d’Oriente.

Altra caratteristica di questi riti sono i canti che si rifanno tuttora ad inedite melodie bizantine estratte da antichissimi manoscritti che hanno richiesto anni di studio da parte di monaci esperti: la musica bizantina, infatti, non è scritta su rigo musicale, né tetragramma gregroriano, né pentagramma moderno ma è rappresentata da una serie di segni, detti nèumi, che hanno lo scopo di indicare gli intervalli musicali, il rapporto fra loro, a partire da una nota iniziale fornita dalla chiave musicale.

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L'icona della Madre di Dio

icona002.gif È una tipica icona bizantina dipinta su tavola dorata: la Vergine dai grandi occhi dolcissimi sostiene il Bambino benedicente, secondo il tipo iconografico detto Odigitria. Se ne ignora l’autore. Probabilmente è una delle tante icone che i monaci greci dell’Italia meridionale riprodussero nei secoli X e XI, imitando quelle che in Oriente la furia degli Iconoclasti aveva distrutto.

Nel 1140 Tolomeo II, conte di Tuscolo, depredò la Chiesa di preziosi oggetti e fra questi forse fu l’icona della Vergine. Nel 1191 Tuscolo fu distrutta dai Romani e l’icona fu portata a Roma. Nel 1230 veniva riconsegnata da papa Gregorio IX ai monaci dell’abbazia e solennemente intronizzata.

Nei primi anni fu collocata nel Nartèce, protetta da due imposte di legno con le immagini dei Santi Fondatori Nilo e Bartolomeo. Ai primi del Seicento venne sistemata al centro della “macchina” barocca ideata dal Bernini. Nel 1687 il Capitolo Vaticano ne decretava l’incoronazione.
   
Questa devota icona è stata fonte di tante grazie divine e ha sempre attratto a sé folle di fedeli e pellegrini, fra cui numerose figure di santi e papi. L’afflusso dei pellegrini nei giorni delle feste della Madre di Dio è stato tanto grande, fin dalle origini, che si dovettero sistemare delle tende e approntare delle bancarelle di viveri, per venire incontro alle necessità delle folle. Nacquero così fin dal Medio Evo le due Fiere di Grottaferrata, che si tengono una il 25 marzo, festa dell’Annunciazione, l’altra l’8 settembre, festa della Natività della Madre di Dio. Quella dell’Annunciazione nel 1966 è stata dichiarata Fiera Nazionale.

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La cappella Farnesiana

domen-3.gifIn origine era una piccola cappella dedicata ai Santi martiri Adriano e Natalia. Nel 1131 fu ingrandita e dedicata ai Santi Nilo e Bartolomeo, e vi venne deposta l’urna d’argento contenente le loro reliquie. Nel 1610 il cardinale Odoardo Farnese la fece decorare e affrescare dal Domenichino.

In fondo a sinistra è possibile osservare l'affresco nel quale San Nilo prega il Crocefisso di liberarlo da una tentazione, mentre il Cristo alza la mano per benedirlo. Al centro, l’incontro di S. Nilo con l’imperatore Ottone III, presso Gaeta: notiamo qui molti ritratti: l’imperatore è il cardinale Odoardo Farnese; il personaggio che regge le briglie del cavallo è l’autoritratto del Domenichino; quello vicino a lui, col gomito sul cavallo, è Guido Reni; quindi il Guercino di profilo con la lancia.
   
A sinistra dell’altare, la guarigione di un fanciullo ossesso, ottenuta dalle preghiere di S. Nilo.

domen-4.gif Sull’altare una tela di Annibale Caracci, la Vergine tra i due Fondatori. Sulla parete destra l’apparizione della Vergine ai due Santi. Poi, al centro, la costruzione della Chiesa, con San Bartolomeo che prende visione del progetto con l’architetto. Sul fondo l’interpretazione artistica del Domenichino relativa “al miracolo della colonna”: San Bartolomeo impedisce con la sua preghiera che una colonna, durante i lavori, travolga un monaco. In fondo, a sinistra, l’Uomo di Dio scongiura un temporale spaventoso che sta per distruggere tutto il raccolto: i contadini, disperati, già imprecano quando il Santo, pieno di comprensione per il loro bisogno, prega e torna il sereno. È un po’ il simbolo della carità concreta del Santo verso i fratelli. Fu lui che distribuì ai contadini le terre di Grottaferrata avute in dono dai conti di Tuscolo.

Quattro colonne di marmo scuro africano delimitano il presbiterio. Sull’altare un grandioso tabernacolo in bronzo, già sull’altare maggiore. Il soffitto è a lacunari azzurri, con ornamentazioni in oro, decorato con lo stemma gigliato dei Farnese.

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L'Abbazia

ingresso.gif Uscendo dalla Chiesa si nota come tutt’intorno ad essa è stato costruito il monastero, prima in piccole dimensioni, poi nei secoli sempre più ampliato, con varie officine annesse.

Di fronte alla Chiesa vi è il Laboratorio di restauro dei manoscritti antichi; a sinistra e alle spalle un complesso di edifici per l’abitazione dei monaci, dei novizi e la biblioteca. Qui da mille anni i monaci di San Nilo vivono la loro vita di preghiera, di studio e di lavoro. Ma la loro esistenza non sempre è stata tranquilla. Fin dalla fondazione, l’importanza della posizione geografica della Badia e la fertilità dei suoi terreni attirarono su di essa l’interesse e la cupidigia di uomini d’arme. Nel secolo XI l’Abbazia fu più volte occupata durante le guerre fra Roma e Tuscolo. Nel 1241 vi si insediò per due anni Federico II, depredandola.

torrione.gif Poi vennero le compagnie di ventura bretoni (secolo XIV), Ladislao di Napoli, Nicolò Fortebraccio e Antonio da Pontedera (secolo XV). Le ultime devastazioni, compiute nel 1482 dalle truppe del duca di Calabria e poi dagli Orsini e dai Colonna, finirono per convincere il cardinale Giuliano della Rovere (poi papa Giulio II) a far innalzare nel secolo XV un insieme di opere di difesa intorno alla Badia. Sorsero così la rocca, i torrioni, le vedette, i fossati, le mura merlate col ponte levatoio. Architetto fu Baccio Pontelli. Quest’opera grandiosa ha dato all’Abbazia il volto maestoso e ferrigno che tutt’ora presenta.

cryptoportico.gif Passando al cortile d’ingresso si possono ammirare le mura, la rocca e il palazzo dei Commendatari, affrescato in alcune sale interne da Francesco da Siena nel 1547. Per la portineria si passa al Chiostro con un bel porticato di Giuliano da Sangallo. Le sale interne ospitano il Museo, ricco di opere antiche, medioevali e rinascimentali. Dal giardino interno si scende ai Criptoportici, grandioso porticato in opus reticulatum che faceva parte dell’antica villa romana su cui fu edificata l’Abbazia. Alcuni archeologi pensano che questo complesso di costruzioni facesse parte della villa di Marco Tullio Cicerone, il Tusculanum.

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Orario visite

Il Gruppo Archeologico Latino è presente per la visita guidata dell'Abbazia, con il seguente orario:


Sabato - Domenica: 16.00 (17.00 in estate).


L'appuntamento è nel piazzale principale.

Per informazioni è possibile contattare il Gruppo Archeologico Latino - Colli Albani “Bruno Martellotta” al seguente recapito:

Tel. +39.340.9619736

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